giovedì 26 giugno 2008

Parigi 1985 - 12

Parigi 1985 - 12



La notte la piazza dell'Hotel de Ville risplende con i suoi lampioni severi e le sue fontanelle discrete.
Ancora una volta l'illuminazione gioca un ruolo importante nel creare bellezza.
Curioso è l'effetto della bianca facciata che pare crearsi un varco nei tetti neri: il palazzo assume una dimensione irreale; sembra quasi un modellino da quanto è preciso e ben tenuto.
La piazza, poi, vede accresciuto il suo fascino dal fatto di essere relativamente poco frequentata.
Anche qui, ascoltando il suono delle cascatelle, potrei stare seduto per ore.



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lunedì 23 giugno 2008

Parigi 1985 - 11

Parigi 1985 - 11 



L'atmosfera è quasi asettica, con una scrivania, due comode poltrone, il telefono a portata di mano, il blocco per prendere appunti, i grandi vetri dai quali noi ci affacciamo perplessi.
L'unica nota stonata in quello che potrebbe sembrare un normalissimo ufficio è rappresentata da un classico confessionale messo in un angolo, certo riservato ai più timidi o ai conservatori ad ogni costo.
Ci troviamo all'interno di una delle navate di Notre-Dame. Poco più in là un vasto bancone illuminato che vende ricordi e santini contribuisce ancora di più a sminuire quel poco di sacralità che la magnifica cattedrale riesce a malapena a salvare dall'assedio implacabile di torme di turisti frettolosi e fotografanti.
Di fronte al metodo moderno di confessarsi provo una certa irritazione. E non è un cieco attaccarsi alla tradizione, non è un richiamarsi alla italica e dunque cattolica cultura; è una specie di fatto estetico, è il fastidio quasi fisico che provo quando la conversazione dei due oltre il vetro è interrotta dal telefono e il prete inizia a parlare e sorride e prende nota, certo ha fissato un appuntamento.
Non possono gestirmi con fare così manageriale, tecnico, privo di sentimento, di sofferenza e di mistero quella fede di così difficile conservazione che purtroppo io un giorno, forse proprio per questo, persi.
Attoniti, lasciamo Notre-Dame. Più tardi, tra i marmi severi della deserta Madeleine, nelle sue luci fioche, ritrovo finalmente la solenne distinzione tra il sacro e il profano e, con discrezione, ne gioisco.





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venerdì 20 giugno 2008

Parigi 1985 - 10

Parigi 1985 - 10

Colonnine, statue, altorilievi e guglie adornano Notre-Dame.
Vi si legge dietro il lavoro oscuro di centinaia di artigiani ognuno dei quali ha contribuito individualmente, con genio o con semplice manualità, a questa secolare opera.
E' la somma di molteplici e variati sforzi come questi che ci ha regalato i talora asimmetrici capolavori medievali.
Ora non esiste più niente di simile; le costruzioni moderne sono monumenti immensi a gloria del loro unico artefice: l'architetto.




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Sono stato alla Defense, il quartiere moderno. Lì tutti i migliori architetti hanno realizzato ognuno il suo grattacielo. Tutti questi grandissimi palazzi sono coordinati in un vasto complesso interdetto alle macchine e decorato da giardini e fontane.



La Defense è molto bella, è la migliore espressione complessa di architettura moderna che io sinora abbia visto ma è una bellezza geometrica e razionale, liscia di specchi e acciai, vi regna un'armonica simmetria di squadre e compassi che non dispiace, che rallegra ma che non può commuovere perchè manca di pàthos, di drammaticità.
Un grattacielo nasce dallo sforzo di una azienda, non dal contributo totale di una città e nasce in cinque anni, senza coinvolgere i decenni e i secoli. Ma soprattutto, come ho già detto, geometria e simmetria ben poco concedono all'apporto dei singoli. Unico resta l'architetto; per gli altri rimane la consueta alienazione della produzione industriale di massa. 
 



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giovedì 19 giugno 2008

Parigi 1985 - 9

Parigi 1985 - 9



Siamo stati, come d'obbligo vista l'eccezionalità dell'esposizione, a visitare la grande mostra degli impressionisti tenuta nel grazioso museo Jeu de Paume. Un'amica, esperta di storia dell'arte, ci spiegava con ardore quello che osservavamo raddoppiando in tutti noi interesse e piacere.
Fu lì che compresi, mai troppo tardi, come sia importante avere una buona guida che oltre che "vedere", faccia "capire" le cose.
Pur nella nostra modesta cultura artistica azzardammo pareri e giudizi e nacquero discussioni ed addirittura fazioni.
Io, che amo i paesaggi, presi ad adorare Monet e tra i minori gradii Sisley e Pizzarro.
Il fatto che apprezzassi solo in parte Renoir e per niente Cézanne, Manet, Toulouse Lautrec e Van Gogh fu considerato da taluni provocatorio e forse in parte lo era: spesso accade, infatti, nelle discussioni, di radicalizzare le proprie tesi per il solo gusto di contrariare gli altri.


Comunque, a parte questi divertimenti retorici e sofistici, l'importante è ricordarsi sempre che al di là delle preferenze, che in quanto tali sono soggettive ed arbitrarie, quel che conta è osservare e confrontare, esaminare tutto con attenzione ed umiltà, vedere se in qualche modo riusciamo ad ampliarci ed arricchirci. Ma questo naturalmente vale in ogni cosa, non solo per le mostre.
Peccato che tutto ciò non sia semplice da ricordarsi; così spesso mi accorgo che, senza volere, umilmente pontifico.



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martedì 17 giugno 2008

Parigi 1985 - 8

Parigi 1985 - 8

Il Louvre in meno di due ore distrugge i suoi visitatori; s'incrociano negli interminabili corridoi automi dal passo stanco e dallo sguardo spento.


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L'abbondanza di capolavori genera indifferenza; ne fanno le spese soprattutto gli autori minori, si cammina svogliati, si cercano i divani. Triste rivelazione è passare di fronte ad uno specchio: talvolta, sconvolti, non ci si riconosce neppure.


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La Gioconda è un quadro immenso che palpita delle tue stesse emozioni: se sei triste Monna Lisa condivide il tuo cruccio, se sei contento si allarga il suo sorriso e sempre, in ogni caso, siete soli tu e lei perchè ovunque i suoi occhi ti seguono e si fissano nei tuoi. Come non si può amare un quadro che vive, anche se solo di luce riflessa?


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lunedì 16 giugno 2008

Parigi 1985 - 7

Parigi 1985 - 7

Ammirando i quadri del Louvre spesso capita di dimenticarsi del Louvre stesso.
Per fortuna talvolta, incastrata tra due opere, mi rapisce una finestra con scorci magnifici sull'immenso cortile.




Esamino con più attenzione le sale, astraendomi da dipinti e turisti. E' difficile immaginare che degli uomini abbiano vissuto in queste stanze rarefatte, in questi corridoi senza fine; siamo troppo distanti dal concetto di abitazione.
Ma il Louvre non era una dimora; era una reggia, anzi, l'incarnazione massima del concetto di "grandeur", di vastità, di imponenza che permea tutta Parigi. In effetti ogni monumento, ogni parco parigino è fatto per destare questa impressione di magnificenza e sovrabbondanza.




Oserei dire che Parigi è una città per certi versi esagerata. E' una città coreografica fatta forse più per essere ammirara che vissuta; basti pensare alle mille fontane ed ai suoi giardini perfetti ma incalpestabili. E' una città alla quale la storia, attraverso secoli di sovrani potenti e orgogliosi, ha dato una impronta unitaria e precisa come di raro capita osservare.
Ancora oggi Parigi è il simbolo della Francia e come tale viene mantenuta curatissima ed impeccabile, senza crepe nei muri, senza sporco per terra, senza aiuole devastate.
Così, a testa alta, Parigi si sottopone all'implacabile flusso di turisti e ne esce vincitrice. E tutto ciò ci turba leggermente, perchè gli italiani temono l'orgoglio, ma non può che essere ammirato ed apprezzato.
Un po' invidiosi, un po' sarcastici, a chi ci chiede rispondiamo che Parigi è troppo bella per essere vera.





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venerdì 13 giugno 2008

Svaniti nel nulla

Ho letto Svaniti nel nulla di Paco Ignacio Taibo II (Il Saggiatore). 



Immagine di Svaniti nel nulla

Un romanzo con protagonista l’investigatore Héctor Belascoaràn Shayne, brutto ed orbo. Probabilmente non è una delle migliori avventure di Belascoaràn, che non conoscevo. Rende comunque una chiara idea della difficoltà che l’esercizio dei più basilari diritti umani ha incontrato nella storia, anche recente, del Messico.


Il detective deve discolpare un insegnante inviso alle autorità dall’accusa di aver ucciso un uomo il quale è in realtà vivo e vegeto e continua a vivere nel suo villaggio sotto gli occhi di tutti e protetto dalla polizia.


Il romanzo mi ha colpito anche per la sua brevità, circa 18.000 parole, ovvero circa 100.000 caratteri. Quello di poter scrivere romanzi brevissimi è un privilegio dei grandi autori che hanno personaggi seriali.


Il Saggiatore Net, però, onestamente ha messo nel 2007 al volume il prezzo di sette euro, commisurato alla consistenza dell’opera.


Ben diverso e spiacevole effetto mi fece, invece, la pubblicazione nel 2002 di Senza sangue di Baricco, un racconto neppure lunghissimo (circa 12.000 parole) che venne venduto per 10 euro che corrispondevano a poco meno di 20.000 lire del 2002, prezzo ora modesto, ma allora quasi elevato per un libro.


 Immagine di Senza sangue


A proposito; l’Istat avrà per caso calcolato il tasso di inflazione dei libri in questi anni? Sarei davvero curioso.